Dati disoccupazione:

I disoccupati in Italia a gennaio 2015 sono 3 milioni e 221 mila: lo 0,6% in meno rispetto al mese precedente, ma lo 0,2% in più su base annua. Il tasso di disoccupazione è del 12,6%, in ulteriore diminuzione dello 0,1% su dicembre, ma un ritorno allo stesso livello di un anno prima. Nel complesso di tratta di timidi consolidamenti di timidi segnali recenti, e basta uno sguardo ai grafici per capirlo.

Sono comunque misurazioni valide come traino per le previsioni “a ottimismo crescente” che tappezzano la maggior parte delle proiezioni. Un clima a sua volta misurato dall’Istat secondo la quale la colonnina della fiducia dei consumatori ha raggiunto i livello massimi dal 2002, mentre per le imprese il livello non era così altro dal 2011.

Sono proprio le aziende ad essere descritte come sui blocchi di partenza della corsa alle assunzioni. E il fatto che il decreto che inaugura il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti non si stato pubblicato nei tempi preannunciati (entrata in vigore il primo marzo) ha caricato ancora un poco la molla.

I numeri pronosticati per l’aumento del numero di occupati dalle varie stime comparse sono molto diversi e riflettono l’attitudine al rischio della riforma del lavoro stessa. Vi è infatti una molteplicità di possibilità ora in campo per le assunzioni. Un imprenditore potrà scegliere di assumere con il contratto a tempo indeterminato, godendo per tre anni di incentivi complessivi fino a un massimo di 8060 euro annui e potendo calcolare in anticipo i costi di un licenziamento che dovesse essere giudicato illegittimo in seguito. Oppure potrà puntare sul contratto a tempo determinato liberalizzato da marzo, con una scadenza certa, ma costi maggiori e senza la possibilità di licenziare agilmente prima del termine. Rimane poi viva, anche se non competitiva, la convenienza del meno fortunato contratto di apprendistato. Il ricorso alle collaborazioni coordinate e continuative non sarà invece più possibile dal 2016, salvo che non si tratti di contratti coperti dalla contrattazione collettiva. La metà circa quindi delle attuali collaborazioni coordinate dovrà cambiare natura convertendosi in lavoro a tempo indeterminato (con annesso rilancio dei consumi, questo l’auspicio del governo), in nuove partita IVA o, possibilità scongiurabile ma non illogica, riversarsi nel lavoro nero.

Il Jobs Act è in fin dei conti una ambiziosa scommessa, anche su tutti gli altri fronti. Sul piano del diritto si è spinto ad applicare le norme introdotte sui licenziamenti anche alle procedure collettive. Provvedimento che serve a rendere effettivamente più semplice il licenziamento per motivi economici, che raramente è individuale, ma che espone il decreto relativo al rischio di un eccesso di delega, fattore di incostituzionalità. Incostituzionalità che potrebbe profilarsi anche rispetto alla mancata applicazione delle nuove norme ai vecchi contratti di lavoro, che mantengono quindi l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori come riferimento normativo.

In ultimo aveva sollevato qualche dubbio anche il carattere “universale” degli incentivi della legge di Stabilità che non essendo destinati a fasce svantaggiate (giovani, disoccupati, donne, over 50) avrebbero potuto configurarsi come aiuti di stato. Sarebbe stato in effetti paradossale che la Corte di Giustizia europea avesse bocciato una riforma benedetta da tutti i leader dell’Unione e anche dai tecnici dell’OCSE.

Più che con questa incertezza, la misura è da considerare rispetto a una probabile inefficacia nel favorire l’assunzione dei giovani: se le imprese possono godere di questi incentivi assumendo chiunque, assumeranno semplicemente i candidati migliori, probabilmente i più esperti. Con una disoccupazine giovanile seconda solo a quella della Grecia e un piano di politiche attive ricchissimo come Garanzia Giovani che non funziona ancora, la situazione delle politiche per i giovani è quindi preoccupante.

È però sul piano economico complessivo che il Jobs Act si presenta come una vera e propria scommessa, diventata ancora più evidente con la promozione dei nostri bilanci da parte dell’Europa la scorsa settimana. Nessuna procedura di infrazione per debito eccessivo, ma il nostro Paese resta un sorvegliato speciale. Parametro principale di valutazione sarà l’attuazione delle riforme, quella del mercato del lavoro in particolare. Il commissario Pierre Moscovici l'ha detto chiaramente.

Una delle maggiori critiche rivolte alla riforma renziana è proprio quella di avere un impianto finanziario privo di coperture  per l’estensione necessaria degli ammortizzatori sociali. Mancata copertura segnalata anche dalla Commissione Bilancio del Senato. D’altronde è la stessa legge delega che prevede che i 2,2 miliardi complessivamente disponibili per il 2015 (più i 2,2 miliardi per il 2016 e i 2 miliardi per il 2017) destinati alla copertura dei nuovi ammortizzatori (Naspi, Asdi e Dis-coll) non derivino da “nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”, ma solo da “una diversa allocazione delle risorse ordinarie”. Per realizzare compiutamente il suo disegno di flexicurity, attualmente solo tratteggiato, il Jobs Act deve sperare che la spinta propulsiva nel mercato del lavoro inneschi un circolo virtuoso che generi le risorse sufficienti a proseguire l’indirizzo scelto.

In queste considerazioni rimane così sottotraccia il discorso sui piani industriali originariamente annunciati da Renzi come facenti parte del Jobs Act. Fondamentale quello sulla banda ultra larga di cui il governo tratterà proprio nel cdm di oggi. Il lavoro non si alimenta di sole norme, ma di un business context competitivo e incoraggiante. In altre parole una scommessa tira l’altra, e nessuna è secondaria.